Uguaglianza, libertà e fraternità. Gli involucri del cristianesimo e il suo io vivente

O.O. 187 – Come ritrovare il Cristo – 25.12.1918


 

Domenica scorsa accennai qui a un rinnovamento dell’idea del Natale; in tale contesto feci osservare che quando l’essere umano entra nell’esistenza compresa fra la nascita e la morte, lo fa per così dire in condizioni di uguaglianza. Naturalmente mi riferivo al vero uomo interiore proveniente dal mondo spirituale che si congiunge con ciò che gli offre la corrente ereditaria. Dissi che un’osservazione accurata consente appunto di rilevare nel bambino l’esistenza di tale condizione: il bambino piccolo non conosce ancora le differenziazioni che si manifestano nella struttura sociale per effetto del karma individuale.

 

Ricordai anche che un’osservazione obiettiva

mostra che le forze insite in certe doti o facoltà, e perfino il genio,

sono in gran parte da attribuirsi a fattori che agiscono nella linea dell’ereditarietà,

fattori che vanno riconosciuti come di natura luciferica.

• Nel nostro tempo poi, per inserire correttamente nella struttura sociale quelle doti

l’uomo deve considerarle come impulsi luciferici,

e deve essere educato a liberarsi da quell’elemento luciferico, trasformandolo,

sacrificando per così dire sull’altare del Cristo ciò che la natura gli ha trasmesso.

 

Distinguiamo dunque due diversi punti di vista.

• Il primo riguarda il modo di affrontare le differenze che si manifestano nell’umanità,

per effetto del sangue, della nascita.

• L’altro mette in evidenza che, all’inizio della vita terrena,

il vero e proprio nucleo dell’essere umano porta in sé la condizione dell’eguaglianza.

Con tale distinzione si sottolinea che per considerare giustamente l’uomo

bisogna considerarlo nell’intero corso della sua vita,

tenendo d’occhio l’evoluzione temporale che ha luogo fra la nascita e la morte.

 

Proprio qui a Dornach, ma in un diverso connesso, ebbi anche modo di accennare come nel corso della vita si modifichino certi fattori dello sviluppo umano, e in modo ancora diverso lo si troverà descritto nell’articolo da me recentemente pubblicato sulla rivista Das Reich, accennando al modo in cui l’elemento arimanico e quello luciferico operano nella vita dell’uomo. Scrissi allora che l’elemento luciferico svolge un certo suo ruolo nella prima metà della vita, quello arimanico invece nella seconda metà: i due tipi di impulsi agiscono cioè durante tutta la vita, ma in modo diverso.

Oltre all’idea dell’eguaglianza, dissi domenica, nei tempi moderni si sono fatte avanti tumultuosamente altre idee, precorrendo in certo modo, appunto sul piano delle idee, lo sviluppo graduale che dovrebbe riuscire benefico, e non dannoso, all’umanità. All’idea di eguaglianza si sono affiancate altre idee, che si possono esse pure comprendere e apprezzare giustamente solo inserendole in modo corretto nel decorso temporale della vita umana fisica.

A fianco dell’idea di eguaglianza, nel mondo moderno si annuncia l’idea della libertà.

Di questa idea ho parlato qui poco tempo fa, in occasione della nuova edizione della mia Filosofia della libertà. Siamo dunque in grado di valutare tutta l’importanza e la portata dell’idea di libertà, in rapporto con l’intimo nucleo dell’essere umano. Forse però molti sanno che spesso, in seguito a domande rivoltemi, ho dovuto mettere in evidenza il carattere del tutto particolare che nel mio libro ha la concezione della libertà.

 

Ho sempre dovuto mettere in particolare rilievo un certo punto di vista,

e cioè che nei tempi moderni

le diverse concezioni filosofiche sulla libertà hanno commesso l’errore

(se così vogliamo chiamarlo) di porre la questione nel modo seguente:

l’uomo è libero o no? si può attribuire all’uomo il libero arbitrio,

o bisogna invece ritenere che egli si trovi inserito in una rigorosa necessità naturale,

la quale determina anche le sue azioni, le sue decisioni?

Tale impostazione del problema è errata: quella alternativa non esiste.

Non si può dire che l’uomo è libero o non libero,

bensì che sta sviluppandosi dalla non-libertà alla libertà.

 

Nella mia Filosofia della libertà l’impulso alla libertà viene concepito in modo da mostrare come l’uomo diventi sempre più libero, sciogliendosi gradualmente dalla necessità e facendo crescere sempre più in sé gli impulsi che gli rendono possibile di diventare un essere libero entro il complessivo ordinamento del mondo.

 

Testo alternativo generato dal computer: hlefà della v;/à

 

Ecco allora che l’impulso all’eguaglianza ha la propria culminazione alla nascita (anche se non nella coscienza, che in quella fase non è ancora adeguatamente sviluppata); in seguito esso va declinando.

L’impulso all’eguaglianza segue dunque uno sviluppo discendente. Lo si può disegnare schematicamente.

Alla nascita esiste per così dire un massimo di eguaglianza; poi l’eguaglianza segue una curva discendente.

L’inverso si verifica con l’idea della libertà:la libertà si muove in una curva ascendente

e raggiunge il suo culmine con la morte.

 

Con questo non intendo dire che passando per la soglia della morte l’uomo raggiunga il più alto vertice di un essere che agisca in libertà. Solo relativamente, con riferimento alla vita fisica umana, l’uomo sviluppa sempre più l’impulso alla libertà, avvicinandosi al momento della morte, e in questo momento, in cui entra nel mondo spirituale, egli ha acquistato al massimo grado la possibilità di essere un’entità libera.

 

Mentre l’uomo, entrando con la nascita nell’esistenza terrena, porta con sé dal mondo spirituale l’eguaglianza

(la quale poi, durante il corso della vita fisica, va sempre diminuendo),

proprio nel corso della vita fisica egli va sviluppando l’impulso alla libertà,

varcando poi la soglia della morte verso il mondo spirituale, dotato dell’impulso alla libertà

nella massima misura che gli sia possibile conseguire nel corso della vita fisica.

 

Da queste considerazioni risulta ancora una volta quanto spesso l’essere umano venga considerato in modo unilaterale.

Si parla dell’uomo genericamente, in astratto, perché oggi non si gradisce molto affrontare la realtà.

Ma l’uomo non è un essere immoto, bensì in divenire,

ed egli assolve il suo vero compito qui nella vita fisica tanto meglio, quanto più si mette in condizioni di « divenire ».

Le persone che rimangono rigide che hanno poca inclinazione a compiere uno sviluppo,

realizzano solo in piccola parte quella che sarebbe la loro vera missione sulla Terra.

 

Noi oggi non siamo più quelli che eravamo ieri, e domani non saremo più quelli che siamo oggi,

anche se si tratta di piccole sfumature.

Ben vengano almeno le sfumature, perché lo stare fermi è arimanico;

quelle sfumature di differenza dovrebbero proprio esservi!

Nella vita dell’uomo non dovrebbe passare giorno

senza che egli accolga un pensiero che modifichi un poco la sua natura,

che gli consenta di essere in divenire e non soltanto di esistere!

 

Un’osservazione aderente alla vera natura dell’uomo mostra dunque che non si dovrebbe affermare in modo generale, assoluto, che l’uomo può tendere alla libertà o all’eguaglianza; si dovrebbe invece tener conto che l’impulso all’eguaglianza raggiunge il suo culmine all’inizio della vita, mentre quello alla libertà lo trova al termine della vita stessa.

Solo tenendo conto di tali condizioni, e non giudicando astrattamente dell’essere umano complessivo, solo così si percepisce tutta la complessità del divenire umano nel corso della vita. Non si può dunque affermare genericamente che l’uomo ha diritto a trovare nella struttura sociale la libertà, l’uguaglianza e così via. Sono cose che grazie alla scienza dello spirito l’anima umana dovrebbe riscoprire, cose che sono state trascurate dallo sviluppo culturale moderno, tanto imbevuto di astrazioni e quindi tendente al materialismo.

 

Ed ora, il terzo di quegli impulsi: la fraternità.

In un certo senso questa raggiunge il suo apice verso la metà della vita umana.

Si vede come la sua curva vada prima salendo, poi discendendo (cfr. il disegno precedente). Certo, la cosa si può esprimere soltanto così: l’uomo ha la massima predisposizione a sviluppare la fraternità verso il mezzo della vita, quando il rapporto fra l’animico e il corporeo è più labile, cioè più oscillante. Non che l’uomo sviluppi sempre la fraternità, ma in quel periodo della vita ne esistono i presupposti più forti.

Ecco dunque che quei tre impulsi si distribuiscono lungo tutto l’arco della vita umana. Nel tempo al quale andiamo incontro sarà necessario tenerne conto, ai fini della comprensione dell’essere umano e naturalmente anche per la cosiddetta autoconoscenza.

 

Non si giungerà a idee giuste sulla convivenza tra gli uomini, ignorando il modo in cui quegli impulsi si distribuiscono nel corso della vita umana. In certo modo non si potrà vivere giustamente se non si vorrà accogliere tale conoscenza. Si ignorerà infatti il vero rapporto in cui si trova un giovane con un vecchio, o un anziano nei confronti di una persona di mezza età, se non si vorrà tener conto della particolare distribuzione di questi impulsi interiori dell’essere umano.

Vogliamo ora confrontare queste considerazioni con quelle da me svolte qui all’inizio dell’anno corrente, che trattavano di un certo graduale « ringiovanimento » dell’intero genere umano .

 

Avevo allora mostrato che in tempi antichi (sempre però nell’epoca postatlantica)

l’uomo sperimentava fino a un’età avanzata la dipendenza del suo sviluppo animico dalla sfera corporea,

dipendenza che oggi si manifesta solo negli anni della sua prima giovinezza.

Dissi allora che durante la civiltà paleoindiana l’uomo, fino ad oltre i cinquant’anni,

dipendeva dalla propria natura fisica (o cosiddetta fisica) nella misura in cui oggi ne dipende solo nei suoi primi anni.

In questi primi anni l’uomo ora dipende effettivamente in alto grado dal proprio sviluppo fisico:

sappiamo quale importante svolta segni nello sviluppo fisico il periodo della seconda dentizione, e più tardi la pubertà.

 

Nei primi anni della vita constatiamo dunque un’evidente correlazione fra lo sviluppo animico e quello corporeo.

Nelle età successive questo poi scompare. Invece nelle civiltà più antiche dell’epoca postatlantica le cose erano diverse.

 

La possibilità di conseguire una saggezza naturale, dovuta semplicemente al fatto di essere uomini,

la possibilità di raggiungere quella saggezza che era tanto venerata

presso gli Indiani più antichi, presso i Persiani più antichi,

era dovuta a che allora dopo il ventesimo anno l’uomo non diventava come adesso, un essere compiuto e finito,

non più dipendente dalla sua organizzazione fisica.

 

Oggi, all’uomo adulto l’organizzazione fisica non dà più nulla: nei tempi antichi non era così.

Allora l’organizzazione fisica stessa riforniva di saggezza le anime fin oltre i cinquant’anni di età.

Anche nella seconda metà della vita si aveva la possibilità di ricavare, senza alcun particolare sviluppo occulto,

dallo sviluppo corporeo, in modo elementare, un certo grado di saggezza e di maturità della volontà.

 

Era una cosa molto importante, nei tempi dell’antica India o della Persia più antica, e perfino ancora nel periodo egizio-caldaico, che a un giovinetto o ad una fanciulla si potesse dire: quando diventerai vecchio, per questo solo fatto ti verrà largito qualcosa che arricchirà la tua vita, qualcosa che è dovuto semplicemente al tuo sviluppo durante la vita e fino alla morte.

Alla vecchiaia si guardava con reverenza, perché si sapeva che con la vecchiaia veniva ad operare nella vita qualcosa che da giovani non si poteva ancora sapere né volere. Questo conferiva a tutta la vita sociale una certa struttura che venne a cessare solo nel periodo greco-latino, quando quella facoltà regredì fin verso la metà della vita umana.

 

Nella civiltà paleoindiana l’uomo era capace di sviluppo fin dopo la cinquantina;

in seguito, l’età del genere umano andò per così dire ringiovanendo,

vale a dire che quella facoltà di sviluppo regredì fino agli ultimi anni della quarantina nel periodo persiano,

e rimase operante solo fino ai trentacinquequarantadue anni  nel periodo egizio-caldaico.

Durante il periodo greco-latino l’uomo rimase suscettibile di sviluppo

solo fino al ventottesimo-trentacinquesimo anno di età.

 

Nel tempo in cui si compì il mistero del Golgota l’uomo era appunto capace di svilupparsi solo fino all’età di trentatre anni. Questo è uno dei prodigi che si scoprono nella storia dell’evoluzione dell’umanità: che l’età del Cristo Gesù morente sul Golgota coincideva con quella alla quale era ormai regredita la facoltà di sviluppo degli uomini.

 

Ho ricordato altra volta anche che l’umanità diventa per così dire sempre più giovane,

cioè rimane capace di svilupparsi fino a un’età sempre inferiore.

Oggi questo limite è sceso a ventisette anni,

ed è molto significativo che qualcuno possa entrare nella vita pubblica a ventisette anni,

disponendo quindi solamente di quanto può avere accolto dal mondo esterno prima di quel momento.

 

In questo senso la personalità di Lloyd George è rappresentativa del nostro tempo, in quanto aveva iniziato la sua carriera di uomo politico proprio all’età di ventisette anni. È un fatto dal quale derivano molte conseguenze, e lo possiamo trovare registrato nella biografia di Lloyd George. Sono però proprio queste considerazioni a permettere di conoscere intimamente le condizioni esistenti nel mondo.

Qual è ora il risultato più importante dell’accostamento tra questo fenomeno del continuo « ringiovanire » dell’umanità, e le considerazioni che abbiamo svolte proprio in questi giorni sull’idea del Natale?

 

Si è detto che nella fase attuale dell’evoluzione, dopo il mistero del Golgota,

vige la caratteristica che, raggiunta l’età di circa trent’anni,

gli uomini non possono più conseguire nulla grazie alle forze naturali del loro organismo.

Se non fosse sopravvenuto il mistero del Golgota,

si avrebbe in certo senso l’impressione di vivere veramente solo fino all’età di trentadue o trentatre anni.

Fino a quel punto l’organismo ci dà la possibilità di vivere; dopo si potrebbe anche morire!

Infatti non possiamo più ricavare nulla per il nostro sviluppo animico

grazie al decorso naturale dell’esistenza, agli eventi naturali elementari.

 

Questo dovremmo dirci, se non fosse avvenuto il mistero del Golgota. In quel caso la Terra sarebbe piena dei lamenti della gente sull’inutilità della vita dopo il trentatreesimo anno di età! Fino a quel punto è possibile che l’organismo ci dia ancora qualcosa. Da quel punto in avanti potremmo anche essere morti; è quasi come se ci muovessimo sulla faccia della Terra come dei cadaveri viventi. Questo sarebbe il sentimento di molti, se non si fosse compiuto il mistero del Golgota.

 

Ma il mistero del Golgota deve anche venir messo a frutto.

Non basta accoglierlo inconsciamente, come si fa per lo più, ma bisogna invece accoglierlo coscientemente.

Se lo si accoglierà con coscienza,

esso consentirà agli uomini di rimanere giovanilmente freschi fino a un’età avanzata;

si può conservare salute e freschezza, se lo si accoglie coscientemente nel giusto modo.

 

Di questa azione benefica del mistero del Golgota per la nostra vita

si potrà anche acquistare coscienza, e questo è importante.

Il mistero del Golgota può dunque venir considerato

come qualcosa di molto attivo entro il corso della nostra vita terrena.

 

Ho detto poco fa che gli uomini hanno la massima disposizione alla fraternità verso il mezzo della loro vita terrena, intorno al trentatreesimo anno; sennonché essi non sviluppano sempre la fraternità.

 

Adesso ho accennato alla ragione di questo fatto:

quelli che non la sviluppano, o nei quali la fraternità è insufficiente, sono scarsamente permeati dall’impulso del Cristo.

Siccome verso la metà della vita oggi l’uomo in un certo senso muore, per quanto concerne le forze naturali,

egli non è in grado di sviluppare adeguatamente l’istinto della fraternità, e soprattutto l’impulso alla libertà,

a meno che non desti in se stesso dei pensieri derivati direttamente dall’impulso dato dal Cristo.

 

Questo impulso è quindi lo stimolatore diretto alla fraternità;

se ad esso ci si rivolge si è permeati dell’impulso del Cristo nella misura in cui si sente la necessità della fraternità.

Quanto all’impulso alla libertà, l’uomo non potrebbe da solo giungere a svilupparne tutta la forza,

durante la parte restante della sua vita terrena (in avvenire le condizioni saranno diverse).

Subentra però nel nostro sviluppo umano sulla Terra

ciò che si è effuso dalla morte del Cristo Gesù e che si è congiunto con l’evoluzione terrestre dell’umanità.

Perciò Cristo è anche essenzialmente la guida dell’umanità attuale verso la libertà.

 

Noi diventiamo liberi in Cristo se comprendiamo il suo impulso in modo da penetrare a fondo nel fatto che il Cristo

non ha potuto vivere nel corpo fisico più a lungo del trentatreesimo anno.

Ipotizzando che egli fosse vissuto più a lungo, egli avrebbe raggiunto in un corpo umano l’età in cui,

nell’attuale periodo evolutivo della Terra, il corpo è destinato a perire.

In quel caso Egli, proprio in quanto Cristo, avrebbe accolto quelle forze di morte.

 

Se avesse raggiunto i quaranta anni, egli avrebbe fatto nel corpo l’esperienza delle forze di morte,

ma egli non poteva voler fare quell’esperienza, bensì soltanto quella delle forze capaci di mantenere giovane l’uomo,

cioè fino al trentatreesimo anno.

Fino a quel punto, fin verso il mezzo della vita umana egli agisce stimolando la fraternità;

affida poi quello che deve essere alla portata della forza umana allo spirito,

allo Spirito Santo che egli fa fluire entro l’evoluzione dell’umanità.

 

Grazie allo Spirito Santo, allo Spirito risanatore,

l’uomo si sviluppa verso la libertà nella seconda metà della sua vita.

Ecco il modo in cui l’impulso del Cristo si inserisce concretamente nella vita dell’uomo.

È questa intima compenetrazione dell’uomo col principio-Cristo

il nuovo pensiero natalizio che dovrebbe essere accolto dalla conoscenza umana.

 

Bisogna sapere che l’uomo proviene dal mondo spirituale, dotato di eguaglianza:

essa gli è data al momento della sua nascita, ed è in certo modo proveniente da Dio-Padre.

In seguito poi possono penetrare nel giusto modo entro l’evoluzione dell’umanità

la fraternità, con l’aiuto del Figlio, e l’impulso verso la libertà grazie al Cristo congiunto con lo Spirito.

 

D’ora in avanti deve penetrare nella coscienza delle anime questa collaborazione dell’impulso-Cristo al concreto sviluppo dell’umanità. Soltanto quella presa di coscienza riuscirà veramente salutare, quando le esigenze umane di organizzare in modo veramente adeguato la struttura sociale si faranno sempre più urgenti. Nella società vivono però bambini, giovani, adulti e vecchi, e non si potrà trovare una struttura sociale che comprenda tutti, se non si conosceranno a fondo le caratteristiche di quei diversi gruppi.

È un essere umano il bambino, lo è il giovane ventenne, lo è l’uomo di quarant’anni, lo è il vecchio: tutti sono uomini. Ma una caotica confusione non porta certo a una conoscenza dell’essere umano, qual è necessaria per venire incontro alle esigenze dell’avvenire, anzi anche del presente.

 

Una confusione caotica può al massimo portare all’opinione che, poiché si tratta pur sempre di uomini, un pressappoco ventenne deve essere eletto deputato al Parlamento! Questa condizione è deleteria per la vera struttura della società, perché la gente oggi non accetta di adottare né una giusta osservazione dell’essere umano, né la coscienza che ne scaturisce, la quale prende l’uomo come esso è in concreto.

Infatti l’astrazione « uomo » non esiste affatto; esistono invece persone concrete, di una determinata età, dotate di impulsi diversi. Occorre acquistare una vera conoscenza dell’uomo, tenendo però conto dello sviluppo che il nucleo dell’essere umano compie dalla nascita alla morte. Questo dovrà verificarsi; ma probabilmente si sarà inclini ad accogliere queste cose nella coscienza dell’umanità, solo se si sarà imparato a fare certe osservazioni retrospettive sull’evoluzione umana.

 

Nella conferenza precedente ho mostrato certi aspetti delle origini del cristianesimo, facendo rilevare come esso sia in certo qual modo nato dall’anima ebraica, dallo spirito greco e dal corpo romano. Questi sono diventati per così dire gli involucri del cristianesimo.

Nel cristianesimo però si trova il suo io vivente, e anche questo può venire considerato per conto suo, quando si guarda indietro alla nascita del cristianesimo. Per la storiografia ufficiale l’origine del cristianesimo è diventata qualcosa di piuttosto confuso. Ciò che oggi si scrive sui primi secoli cristiani (tanto da parte cattolica, quanto da parte protestante) è piuttosto caotico.

 

Molte cose avvenute nei primi secoli del cristianesimo proprio per i teologi moderni o sono andate del tutto dimenticate nella loro essenza, o sono diventate una specie di spauracchio. Si provi soltanto a leggere le contorsioni intellettuali, quasi una epilessia intellettuale, in cui cadono certi autori quando cercano di descrivere la gnosi che fiorì nei primi secoli cristiani. È una specie di diavolo, è qualcosa di demoniaco che a nessun prezzo bisogna lasciar entrare nella vita umana! E quando un teologo di questo tipo (o comunque un rappresentante ufficiale di questa o quella confessione) può accusare l’antroposofia di avere qualcosa in comune con la gnosi, è convinto di avere mosso l’accusa più atroce.

Alla base di tutto questo sta il fatto che nei primi secoli cristiani la gnosi influì sulla vita spirituale europea in modo assai più significativo di quanto oggi si creda. Da un lato si ignora del tutto ciò che la gnosi era in verità, e dall’altro se ne ha una misteriosa paura. Per la maggior parte degli attuali rappresentanti ufficiali delle diverse confessioni religiose la gnosi è qualcosa di orribile.

 

Si può però prenderla in considerazione semplicemente come un dato di fatto, senza alcuna simpatia o antipatia particolare; in questo caso bisognerà studiarla dal punto di vista della scienza dello spirito, dato che la storiografia ci offre ben poco in proposito. Lo sviluppo ecclesiastico dell’occidente ha provveduto a che tutti i monumenti storici della gnosi fossero quasi completamente distrutti. Sono giunti fino a noi solo pochi testi (come ad esempio la Pìstìs sophià) che della gnosi ci presentano solo un’immagine molto confusa.

Oltre a quelli, disponiamo solo di alcune affermazioni gnostiche, riportate nei testi dei Padri della Chiesa che li confutano. Dunque in sostanza la gnosi è conosciuta oggi solo dagli scritti dei suoi avversari; mentre è stato quasi del tutto estirpato ciò che avrebbe potuto trasmetterne una conoscenza storica.

 

Uno studio più ragionevole dello sviluppo teologico dell’occidente, studio che però non esiste, dovrebbe indurre la gente a riflettere più a fondo. Se per esempio si considerasse ragionevolmente lo sviluppo della dogmatica cristiana, si finirebbe per scoprire che essa non può certo aver avuto le sue radici solo in opinioni o decisioni arbitrarie. In fondo, tutti i dogmi hanno radice nella gnosi, solo che la parte viva della gnosi è stata eliminata, mentre sono rimasti solo i pensieri astratti e i gusci concettuali: per ciò non si riesce più a scorgere nella gnosi quella origine vivente che pur vi si trova in effetti.

Seguendo veramente la gnosi, studiandola per quanto possibile secondo la scienza dello spirito, cade una certa luce anche sui pochi testi che sono sopravvissuti alla distruzione operata dagli avversari della gnosi. Si può allora scoprire che la gnosi si richiama alla diffusissima concezione dei tempi più antichi, fondata sulla ben precisa chiaroveggenza atavica, i cui resti erano ancora abbastanza vivi nel primo periodo postatlantico