/////V – LO STATO D’ANIMO DI GESÙ POCO PRIMA DEL BATTESIMO

V – LO STATO D’ANIMO DI GESÙ POCO PRIMA DEL BATTESIMO

V – Lo stato d’animo di Gesù poco prima del Battesimo

O.O. 148 – Il Quinto vangelo – 06.10.1913


 

Sommario: Verso i trent’anni egli non sapeva ancora di essere Zarathustra reincarnato, ma sapeva che un grande mutamento era avvenuto nella sua anima quando aveva dodici anni; e ora provava spesso il sentimento: come era tutto diverso in me prima del mutamento avvenuto a dodici anni! Il dialogo tra lui e sua madre. Gesù di Nazareth disse a sua madre: non è più possibile per questa Terra la rivelazione dell’antico ebraismo, perché non vi sono più gli antichi ebrei per accoglierla. Ricordò in spirito la sua caduta presso l’altare pagano e la voce trasformata del Bath-Kol che aveva udito. Proseguì nel discorso con la madre e parlò di quello che aveva assorbito nella cerchia degli esseni; disse della bellezza, della grandezza e della gloria della loro dottrina, ricordando la loro mitezza e mansuetudine. Ma disse anche che gli esseni ottengono la felicità per le loro anime a spese degli altri uomini e sono felici poiché si salvano da Lucifero e da Arimane!

 

Durante il dialogo con la madre, prima del battesimo di Giovanni: qualcosa si mosse da Gesù e passò nella madre. Tutto il suo essere passò con le sue parole in lei, ed egli divenne ora come se fosse uscito da sé, come se il suo io si fosse allontanato. L’io di Zarathustra stava per abbandonare il corpo di Gesù di Nazareth per passare nel mondo spirituale. Prese ancora un’ultima decisione: lasciò la casa dirigendosi verso Giovanni Battista per conseguire da lui il battesimo. Allora si verificò il battesimo di Giovanni nel Giordano: l’essere del Cristo discese nel suo corpo. Gesù era ora compenetrato dal Cristo. Ma anche la madre aveva ora acquisito un nuovo io che si era inserito in lei: era divenuta una nuova personalità. nell’attimo stesso in cui avvenne il battesimo nel Giordano, anche la madre sentì come terminare la propria trasformazione. Essa aveva allora quarantacinque, quarantasei anni, e si sentì a un tratto come compenetrata dall’anima della madre naturale del bambino Gesù che aveva accolto l’io di Zarathustra a dodici anni e che poi era morta. Ella si sentì d’allora in poi come la giovane madre che un tempo aveva generato il Bambino Gesù secondo Luca.

L’entità del Cristo era appena giunta sulla Terra, e come prima cosa venne attirata verso le impressioni del corpo rimastegli come memoria e che gli si erano più incisivamente scolpite nel corpo astrale, si sentì spinta a lottare contro Lucifero e Arimane nella solitudine del deserto. Il Padrenostro. Il dialogo con il sadduceo.

 

Ieri abbiamo potuto gettare uno sguardo sulla vita di Gesù di Nazareth per il periodo che corre da circa il suo dodicesimo anno fino a quasi i trent’anni. Da quanto ho potuto raccontare si sarà certo ricavata l’impressione che in quel lasso di tempo si svolsero eventi di profonda importanza per l’anima di Gesù stesso, ma anche per tutta l’evoluzione dell’umanità. Infatti dalla sensazione di fondo che si sarà derivata dagli studi di scienza dello spirito, si saprà certo che nell’evoluzione dell’umanità tutti gli eventi sono connessi uno con l’altro, e che quindi un evento, tanto importante per un uomo nella cui anima ebbero incommensurabile peso le circostanze di tutta l’umanità, è pure importante per tutta l’evoluzione umana. Impariamo così a conoscere negli aspetti più diversi che cosa l’evento del Golgota fu per l’evoluzione dell’umanità; in questo ciclo di conferenze dobbiamo imparare a conoscerlo considerando la vita del Cristo Gesù stesso.

Ieri abbiamo indirizzato Io sguardo al caratterizzato lasso di tempo che corre tra il dodicesimo anno e il battesimo di Giovanni, oggi lo volgiamo all’anima stessa di Gesù di Nazareth e ci chiediamo che cosa vivesse mai in quell’anima dopo tutti gli eventi significativi che appunto si svolsero fino al ventottesimo o ventinovesimo anno, di cui abbiamo parlato ieri.

 

Potremo farci un’idea e un sentimento di quello che visse in quell’anima, raccontando una scena che si svolse verso i trent’anni di Gesù di Nazareth, quella di un dialogo tra lui e sua madre, cioè con colei che, dopo la fusione delle due famiglie, per lunghi anni era divenuta sua madre. Per tutti quegli anni egli si era ottimamente e intimamente inteso con la madre, molto meglio che con gli altri componenti della famiglia che vivevano nella casa di Nazareth; vale a dire: egli si sarebbe potuto intendere bene con loro, ma loro non potevano intendersi bene con lui. Già prima erano state discusse tra lui e la madre diverse impressioni che erano venute formandosi nella sua anima, ma in quel preciso momento si svolse un dialogo molto significativo che vogliamo oggi prendere in considerazione, perché ci permetterà di osservare l’intimo della sua anima.

 

A seguito delle esperienze caratterizzate ieri, Gesù di Nazareth si era a poco a poco trasformato,

tanto che nel suo volto si era impressa una infinita saggezza.

Ma nel contempo, come sempre avviene anche in minimo grado quando aumenta la saggezza in un’anima umana,

in lui era comparsa anche una certa tristezza interiore.

I primi frutti della saggezza erano stati per lui che lo sguardo che poteva muovere verso le persone attorno a lui

lo rendeva molto triste.

 

A ciò si aggiungeva che verso i suoi trent’anni, nelle sue ore di tranquillità, aveva dovuto pensare a qualcosa di ben preciso: doveva sempre di nuovo pensare al mutamento repentino, alla rivoluzione che aveva avuto luogo nella sua anima, quando a dodici anni l’io di Zarathustra era passato nella sua anima. Doveva riflettere a come nei primi tempi dopo i suoi dodici anni egli avesse in certo modo sentito in sé solo l’infinita ricchezza dell’anima di Zarathustra.

 

Verso i trent’anni egli non sapeva ancora di essere Zarathustra reincarnato,

ma sapeva che un grande mutamento era avvenuto nella sua anima quando aveva dodici anni;

e ora provava spesso il sentimento: come era tutto diverso in me prima del mutamento avvenuto a dodici anni!

 

Ripensando a quel tempo, sentiva come vi fosse stato infinito calore allora nella sua anima. Da bambino era stato estraneo al mondo. Allora aveva sì avuto la più vivace sensibilità per tutto quanto la natura dice all’uomo, per la magnificenza e la grandezza della natura, ma aveva poco talento per tutta la saggezza e la sapienza umane acquisite dagli uomini. Non aveva alcun interesse per quello che si poteva imparare a scuola. Sarebbe un grande errore credere che il bambino Gesù, prima che Zarathustra penetrasse nella sua anima, cioè fino ai dodici anni, fosse stato dotato nel senso usuale di un ingegno particolare, che fosse stato specialmente intelligente.

 

Per contro aveva posseduto un’indole straordinariamente mite e mansueta,

un’infinita capacità d’amore, un’anima profondamente interiorizzata,

un’ampia comprensione per ogni elemento umano,

ma nessun interesse per il sapere che gli uomini avevano accumulato nel corso dei secoli.

 

Ed ecco era successo come se, dopo quel momento nel tempio a Gerusalemme, quando aveva dodici anni,

tutto questo fosse uscito con violenza dalla sua anima e al suo posto vi si fosse riversata tutta la sapienza!

 

Ora doveva spesso sentire e riflettere come, prima dei dodici anni, egli fosse stato collegato del tutto diversamente col più profondo spirito dell’universo, come se allora la sua anima fosse stata aperta agli enigmi degli spazi infiniti; come dopo i dodici anni avesse invece vissuto in modo che la sua anima si era trovata atta ad accogliere l’erudizione ebraica che però era sgorgata da lui come fosse da una fonte originale; come aveva dovuto sperimentare con sgomento la constatazione che il Bath-Kol non poteva più agire ispirativamente come nei tempi antichi; come poi avesse conosciuto nei suoi viaggi i culti pagani, e come tutta la sapienza e la religione del paganesimo nelle sue diverse sfumature gli fosse passata attraverso l’anima. Pensava inoltre a come tra i diciotto e i ventiquattro anni avesse vissuto in tutto ciò che l’umanità aveva raggiunto in modo esteriore, e come più tardi, intorno ai ventiquattro anni, fosse entrato nella comunità degli esseni e vi avesse appreso una dottrina occulta e avesse conosciuto uomini che vi si dedicavano.

 

A tutto questo doveva spesso ripensare; ma sapeva anche che alla sua anima si era in fondo offerto solo il sapere che gli uomini avevano accumulato dall’antichità; egli viveva quindi dei tesori della saggezza umana, della cultura umana e delle conquiste morali umane; sentiva che dopo i dodici anni era vissuto nell’elemento umano terreno.

Ora doveva spesso ripensare a come era stato prima dei dodici anni, quando si sentiva collegato con le origini divine dell’esistenza, quando tutto nella sua anima era elementare e originario, quando tutto in lui scaturiva da una vita ricca, da un’anima piena di calore e di amore che lo univa intimamente con le altre anime umane; ora invece si sentiva solo, isolato e taciturno.

 

Furono tutti questi sentimenti che condussero Gesù a quel ben determinato dialogo con la personalità che gli era divenuta madre. Essa lo amava molto e aveva spesso parlato con lui di tutte le cose grandi e belle che si erano mostrate in lui dopo i dodici anni. Tra Gesù e la sua matrigna si era sviluppata un’intima relazione sempre più nobile e bella, ma finora egli le aveva taciuto il suo dissidio interiore, così che ella aveva visto solo il lato grandioso e bello di lui: aveva visto che egli diventava sempre più saggio, che penetrava sempre più a fondo nell’evoluzione dell’umanità. Perciò giunse nuova per lei molta parte di questa specie di confessione generale che egli fece nel dialogo, ma essa la accolse con vero calore interiore.

 

Destò in lei la comprensione immediata per la tristezza e per il di lui stato d’animo che lo faceva anelare a quanto aveva avuto in sé prima dei dodici anni. Per questo ella cercò di sollevarlo e di consolarlo parlandogli di tutto quanto di bello e grandioso si era manifestato in lui dopo di allora; gli ricordò quello che lui le aveva fatto conoscere del rinnovamento delle grandi dottrine, delle sagge sentenze, dei tesori dell’ebraismo. Gli parlò di tutto quel che era avvenuto grazie a lui. Ma al cuore di lui risultò ancor più pesante udendo la madre parlare e apprezzare quanto egli in sostanza sentiva ormai come superato.

Alla fine Gesù replicò: sì, può essere, ma se anche potessero rinnovarsi per opera mia o di un altro i magnifici antichi tesori di saggezza dell’ebraismo, che cosa significherebbe per l’umanità? È in fondo insignificante quello che può venire alla luce in tal maniera; certo, se oggi intorno a noi ci fosse un’umanità che avesse orecchi per ascoltare ancora gli antichi profeti, avrebbe un senso per l’umanità che potessero venir rinnovati i tesori di saggezza degli antichi profeti,

• ma se anche qualcuno potesse parlare come parlavano i profeti (così disse Gesù), se oggi ritornasse lo stesso Elia

per annunciare alla nostra umanità quanto di meglio egli è venuto a sapere nelle lontananze del cielo,

non ci sono oggi uomini capaci di ascoltare la saggezza di Elia e degli antichi profeti, di Mosè, e perfino di Abramo.

Sarebbe impossibile oggi annunciare il messaggio di quei profeti: le loro parole si dileguerebbero inascoltate nel vento!

Così è senza valore tutto quello che conservo nell’anima.

 

Così parlò Gesù di Nazareth e rilevò che ultimamente erano ben risuonate le parole di un sommo maestro, senza ottenere un grande effetto, perché, così disse, se anche non era un maestro capace di uguagliare gli antichi profeti, pure era un grande maestro, il buon vecchio Hillel. Gesù sapeva perfettamente quanto avesse contato per molti il vecchio Hillel che aveva goduto di una grande considerazione come maestro in seno all’ebraismo, anche nei difficili tempi di Erode.

 

Era un uomo dall’anima ricca di tesori di saggezza, e Gesù sapeva quanto poco le parole interiori pronunciate da Hillel avessero trovato ricezione nei cuori e nelle anime. Tuttavia si era detto di lui: la Torah, somma delle più antiche e importanti leggi dell’ebraismo, era oscurata, e Hillel l’ha ristabilita. A quelli tra i suoi contemporanei che lo comprendevano, Hillel appariva come un rinnovatore della saggezza originaria ebraica; era un maestro che anche viaggiava come un vero insegnante di saggezza. La mitezza era il suo carattere fondamentale, era una specie di Messia; lo afferma anche il Talmud, e lo si può riscontrare anche sulla base dell’erudizione ufficiale. La gente era prodiga di lodi per Hillel e ne diceva un gran bene. Scelgo solo alcuni esempi per accennare al modo in cui Gesù di Nazareth parlò di Hillel a sua madre, onde indicare l’atteggiamento della sua anima.

 

Hillel veniva descritto come un uomo dal carattere dolce e mite che poteva ottenere moltissimo con la mitezza e l’amore. Si è conservato un aneddoto che può in particolare mostrare che Hillel era uomo paziente e dolce, conciliante con tutti. Due tali scommisero sulla possibilità o meno di stimolare Hillel alla collera, dato che era noto che egli non poteva adirarsi. Uno dei due disse: voglio far di tutto per far arrabbiare Hillel e così vincere la scommessa. Egli bussò alla porta di Hillel quando questi era quanto mai occupato a preparare il sabbat, proprio nel momento in cui non era lecito disturbare uno come lui. Dunque lo scommettitore bussò alla porta di Hillel e lo affrontò in modo tutt’altro che gentile e senza alcun preambolo; eppure Hillel come presidente della massima autorità spirituale, era abituato ad essere interpellato con rispetto. Invece quell’uomo lo apostrofò semplicemente così: Hillel, vieni fuori alla svelta; Hillel indossò il suo mantello e uscì. L’uomo disse in tono aspro, senza la minima gentilezza: Hillel, ho da chiederti qualcosa. Hillel rispose con benevolenza: mio caro che cosa hai da chiedermi? Ho da chiederti perché i babilonesi hanno teste così smilze. Hillel rispose in tono dolcissimo: ecco, mio caro, i babilonesi hanno teste tanto smilze perché hanno levatrici poco abili. L’uomo se ne andò, notando che anche quella volta Hillel si era mantenuto calmo, e Hillel tornò al suo lavoro. Dopo pochi minuti quel tale ritornò e distolse di nuovo bruscamente Hillel dal suo lavoro: Hillel, vieni fuori, ho da chiederti qualcosa d’importante! Hillel si rimise il mantello sulle spalle, uscì di nuovo e disse: ebbene, mio caro, che cosa hai ancora da chiedermi? Ho da chiederti perché gli arabi hanno occhi tanto piccoli. Hillel rispose con gran pazienza: perché il deserto è tanto grande che a contemplarne la vastità gli occhi si restringono; per questo gli arabi hanno occhi tanto piccoli. Di nuovo Hillel aveva mantenuto la calma. Quel tale divenne molto ansioso per la sua scommessa, ritornò ancora e chiamò Hillel per la terza volta, in tono brusco: Hillel, vieni fuori, ho qualcosa d’importante da chiederti! Hillel prese il mantello, uscì e chiese con immutata calma: ebbene, mio caro, che cosa hai da chiedermi stavolta? Ho da chiederti: perché gli egiziani hanno i piedi piatti? Poiché le loro contrade sono molto paludose; ecco perché gli egiziani hanno piedi piatti. Tranquillo e sereno Hillel tornò al suo lavoro. Qualche minuto dopo l’uomo ritornò e disse a Hillel che non aveva nulla da domandargli, ma solo da spiegargli che aveva scommesso che lo avrebbe portato ad arrabbiarsi, e non sapeva come riuscirci. Allora Hillel disse pacificamente: mio caro, è meglio che tu perda la scommessa, piuttosto che Hillel vada in collera!

 

Si raccontava questa leggenda a testimonianza della dolcezza e benevolenza di Hillel verso coloro che lo tormentavano. Come diceva Gesù di Nazareth a sua madre, un uomo simile è sotto molti aspetti come un antico profeta. Non conosciamo infatti molti detti di Hillel che suonano come un rinnovamento dell’antico profetismo? Ne citò più d’uno, dicendo poi: vedi, cara madre, si dice che Hillel fosse come un profeta risuscitato, e io provo un vivo interessamento per lui, perché in modo strano ho il presentimento come se ci fosse uno speciale rapporto tra Hillel e me; ho come un presentimento che quello che so, e che vive in me quale grande manifestazione spirituale non provenga solo dall’ebraismo.

Altrettanto si può dire di Hillel, perché egli è per nascita babilonese, ed è giunto solo più tardi all’ebraismo. Anch’egli discendeva dalla stirpe di Davide, era da tempi antichissimi imparentato con la stirpe di Davide dalla quale anche Gesù di Nazareth ed i suoi traevano origine.

 

E Gesù prosegui: se io che come Hillel sono della stirpe di Davide volessi esprimere le sublimi rivelazioni che si sono riversate per illuminazione nella mia anima, che sono le medesime rivelazioni che furono date in antico al popolo ebraico, oggi non ci sono orecchie che possano udirle!

 

Nel profondo della sua anima si erano accumulate sofferenza e dolore

perché, mentre un tempo erano state date al popolo ebraico le più grandi verità del mondo,

e allora i corpi di quel popolo erano tali da poter comprendere quelle rivelazioni,

adesso i tempi erano cambiati, i corpi del popolo ebraico erano diversi da allora

e non potevano più comprendere le antiche rivelazioni dei primi padri.

 

Era un’esperienza lacerante quella che patì Gesù quando dovette dirsi che un tempo era stato capito dal popolo ebraico quello che insegnavano i profeti, era stata compresa la parola di Dio, mentre ora non vi era più nessuno che la comprendeva; si predicherebbe ai sordi. Non vi è più posto per tali parole, perché non vi sono orecchie che le comprendano! Sarebbe privo di valore e inutile tutto quanto si potrebbe dire in quella maniera.

 

Come riassumendo il suo pensiero in merito, Gesù di Nazareth disse a sua madre:

non è più possibile per questa Terra la rivelazione dell’antico ebraismo,

perché non vi sono più gli antichi ebrei per accoglierla.

La si deve quindi ritenere priva di valore per la nostra Terra.

 

Era strano come la madre ascoltasse con calma il suo parlare dell’assenza di valore di quanto vi era per lei di più sacro, ma essa Io amava intimamente, e sentiva solo il suo amore infinito per lui. Perciò si lasciò compenetrare da una profonda adesione di sentimento per quello che egli aveva da dirle. Poi egli continuò il suo discorso e passò a riferirle dei suoi viaggi presso i luoghi pagani di culto e a raccontare le esperienze che vi aveva avuto. Ricordò in spirito la sua caduta presso l’altare pagano e la voce trasformata del Bath-Kol che aveva udito. Allora folgorò in lui una specie di memoria dell’antica dottrina zarathustrica; non che sapesse con precisione di portare in sé l’anima di Zarathustra, ma la dottrina, la saggezza, l’antico impulso di Zarathustra affiorarono in lui durante quel dialogo.

 

In comunione con sua madre egli sperimentò il grande impulso di Zarathustra;

emerse nella sua anima la bellezza e la grandezza dell’antica dottrina solare,

e ricordò: quando giacevo presso l’altare pagano, ebbi come una rivelazione!

Rammentò così le parole del Bath-Kol trasformato, quelle che ho dette ieri, e le ripetè a sua madre:

 

Amen

Dominano i mali

testimoni d’egoità che si libera,

per colpa altrui d’egoismo,

vissuta nel pane quotidiano,

in cui non domina la volontà del cielo

da quando l’uomo si separò dal vostro regno

e obliò il vostro nome,

o Voi, Padri nei cieli.

 

Con esse rivisse nella sua anima anche la grandezza del culto di Mitra che gli si presentò come per genialità interiore.

Egli parlò a lungo con sua madre della grandezza e della gloria dell’antico paganesimo, di quanto viveva negli antichi misteri dei popoli, e di come i singoli culti misteriosofici dell’Asia Minore e dell’Europa meridionale fossero confluiti nel culto di Mitra. Ma nello stesso tempo egli provò nella sua anima la terribile sensazione che a poco a poco quel culto si era mutato ed era caduto in balìa di potenze demoniache che egli stesso aveva percepito, circa a ventiquattro anni.

Tutto gli tornò alla mente di quel che allora aveva sperimentato, e gli apparve anche l’antica dottrina di Zarathustra come qualcosa per la quale gli uomini del tempo presente non erano più ricettivi. Sotto tale impressione egli disse a sua madre la seconda grande parola: se anche si rinnovassero tutti gli antichi misteri e gli antichi culti, e vi confluisse tutta la grandezza dei misteri del paganesimo, non vi sono più gli uomini capaci di capirli! Tutto sarebbe inutile.

 

Se io mi presentassi e annunciassi agli uomini quel che ho udito dalla voce trasformata del Bath-Kol,

se svelassi il segreto del perché gli uomini non possono più vivere, nella loro vita terrena, in comunione con i misteri,

o se annunciassi l’antica saggezza solare di Zarathustra, non troverei oggi uomini capaci di comprendere tutto ciò.

Oggi tutto si trasformerebbe negli uomini in esseri demoniaci,

perché risuonerebbe nelle anime umane senza che vi siano in esse orecchie per capirlo!

Negli uomini è cessata l’attitudine ad ascoltare quello che un tempo fu annunciato e ascoltato.

 

Infatti Gesù di Nazareth sapeva ora che la voce trasformata del Bath-Kol che aveva udito quella volta rivolgergli le parole: « Amen, dominano i mali » era quella di un’antichissima sacra dottrina, una preghiera onnioperante recitata un tempo in tutti i misteri e oggi dimenticata. Sapeva ora che gli era stata data come indicazione dell’antica sapienza dei misteri, ricevuta mentre si trovava in stato di rapimento presso l’altare pagano. Ma vedeva in pari tempo, e in tal senso si espresse nel dialogo con la madre, che non vi era più alcuna possibilità di farla di nuovo comprendere.

 

Proseguì quindi nel discorso con la madre e parlò di quello che aveva assorbito nella cerchia degli esseni; disse della bellezza, della grandezza e della gloria della loro dottrina, ricordando la loro mitezza e mansuetudine. Disse poi la terza importante parola che gli era venuta incontro nella visione che aveva avuto nel dialogo col Buddha, e cioè che non tutti gli uomini possono divenir esseni. Quanta ragione aveva Hillel quando diceva: non ti isolare dalla comunità, ma lavora e opera nella comunità, porta il tuo amore al tuo prossimo, perché cosa sei mai, quando sei solo? Eppure questo è il comportamento degli esseni: si isolano, si ritirano nella loro santa condotta di vita e portano con ciò l’infelicità agli altri, dato che gli uomini devono essere infelici perché gli esseni si separano da loro.

 

Poi espose alla madre con gravi parole l’esperienza che ieri ho ricordato. Una volta, dopo aver avuto con gli esseni un’importante e intima conversazione, me ne stavo andando e uscendo dalla porta principale scorsi Lucifero e Arimane che fuggivano. Da quel momento io so, cara madre, che con la loro condotta e la loro dottrina segreta gli esseni si proteggono da Lucifero e da Arimane, costringendoli a fuggire dalle loro porte; ma così facendo li mandano lontani da loro, verso gli altri uomini. Gli esseni ottengono la felicità per le loro anime, a spese degli altri uomini e sono felici poiché si salvano da Lucifero e da Arimane!

 

Egli sapeva ora, dopo aver vissuto presso gli esseni: vi è ancora una possibilità di ascendere là dove ci si unisce all’elemento spirituale-divino, ma possono realizzarla solo alcuni singoli, a spese della massa degli altri. Egli sapeva ora che né alla maniera degli ebrei, né dei pagani, e neppure degli esseni, era possibile mettere l’umanità in genere in relazione col mondo spirituale-divino.

Queste parole ebbero un terribile effetto sull’anima piena di amore della madre. Durante tutto il dialogo egli era rimasto unito a lei, quasi uno con lei. L’anima intera, tutto l’io di Gesù di Nazareth era in quelle parole.

 

Qui devo riferirmi a un segreto che si ebbe durante il dialogo con la madre, prima del battesimo di Giovanni:

qualcosa si mosse da Gesù e passò nella madre.

 

Non furono solo parole che si liberarono dalla sua anima,

ma poiché egli era stato così intimamente legato con lei fin dal suo dodicesimo anno,

tutto il suo essere passò con le sue parole in lei,

ed egli divenne ora come se fosse uscito da sé, come se il suo io si fosse allontanato.

 

La madre però aveva conseguito un nuovo io che si era immerso in lei: era divenuta una personalità nuova.

Indagando, cercando di scoprire che cosa fosse avvenuto, si trova qualcosa di straordinario.

La terribile sofferenza e l’indicibile dolore di Gesù che si strapparono dalla sua anima,

si riversarono nell’anima della madre, ed ella si sentì una cosa sola con lui.

 

Ma Gesù sentì come se tutto quello che era vissuto in lui dai dodici anni in poi, fosse uscito durante quel dialogo.

Più lui parlava, più la madre diveniva piena di tutta la saggezza che viveva in lui,

e tutte le esperienze che erano vissute in lui dopo i dodici anni, vivevano adesso nell’anima della madre amorosa!

Da lui erano come svanite; egli aveva come riposto nell’anima, nel cuore della madre

tutta la sua esperienza dai dodici anni in poi: perciò l’anima della madre si trasformò.

 

Anche lui era cambiato dopo quel dialogo,

tanto che i suoi fratelli e i fratellastri e gli altri parenti intorno a lui pensarono che fosse uscito di senno.

Che peccato, dicevano, sapeva tante cose, era sempre molto taciturno,

ma ora è proprio fuori di testa, ha perso il ben dell’intelletto! Lo si considerava perduto.

In effetti si muoveva per giorni e giorni per la casa, come in stato di sogno.

 

L’io di Zarathustra stava per abbandonare il corpo di Gesù di Nazareth per passare nel mondo spirituale.

Prese ancora un’ultima decisione: per uno stimolo interiore, come spinto da una necessità interiore,

si mosse per così dire meccanicamente qualche giorno dopo da casa, dirigendosi verso Giovanni Battista, a lui già noto,

per conseguire da lui il battesimo.

Allora si verificò quell’evento che ho spesso descritto come il battesimo di Giovanni nel Giordano:

l’essere del Cristo discese nel suo corpo.

 

Così si svolsero gli eventi. Gesù era ora compenetrato dall’essere del Cristo.

Dopo il dialogo con sua madre l’io di Zarathustra si era ritirato

e rimaneva quello che Gesù era stato prima dei dodici anni,

quello era di nuovo presente, ma accresciuto, divenuto più grande.

 

Così dentro a quel corpo, che ora conteneva in sé solo un’immensa profondità d’anima

e un sentimento di apertura per gli spazi infiniti, si calò il Cristo.

Gesù era ora compenetrato dal Cristo.

 

Ma anche la madre aveva ora acquisito un nuovo io che si era inserito in lei: era divenuta una nuova personalità.

Il ricercatore spirituale vede ora che, nell’attimo stesso in cui avvenne il battesimo nel Giordano,

anche la madre sentì come terminare la propria trasformazione.

 

Essa aveva allora quarantacinque, quarantasei anni, e si sentì a un tratto

come compenetrata dall’anima della madre naturale del bambino Gesù

che aveva accolto l’io di Zarathustra a dodici anni e che poi era morta.

 

Come lo spirito del Cristo era disceso in Gesù di Nazareth,

così lo spirito di quell’altra madre, che nel frattempo era stata nel mondo spirituale,

discese nella matrigna con la quale Gesù aveva condotto quel dialogo.

Ella si sentì d’allora in poi come la giovane madre

che un tempo aveva generato il Bambino Gesù secondo Luca.

Cerchiamo di immaginare nel modo giusto l’immensa importanza dell’evento!

 

Cerchiamo di sentirlo, ma anche di sentire che ora viveva sulla Terra un essere del tutto speciale: l’entità del Cristo in un corpo umano, un’entità che fino ad allora non aveva mai vissuto in un corpo umano, che finora era stata solo nei mondi spirituali, che non aveva avuto prima alcuna vita terrena, che conosceva i mondi spirituali e non il mondo terreno!

Del mondo terreno il Cristo sperimentò anzitutto solo quanto si era come accumulato nei tre corpi: fisico, eterico e astrale di Gesù di Nazareth. In essi si calò, quali erano divenuti sotto l’influsso della vita di trent’anni che ho prima descritta.

 

Così, senza alcun preconcetto l’entità del Cristo ebbe le sue esperienze sulla Terra.

In un primo tempo l’entità del Cristo si ritirò in solitudine,

ce lo mostra anche la cronaca dell’akasha del Quinto Vangelo.

 

Gesù di Nazareth, nel cui corpo era ora l’entità del Cristo,

aveva già rinunciato a tutto quanto lo aveva prima collegato con il resto del mondo.

L’entità del Cristo era appena giunta sulla Terra, e come prima cosa venne attirata

verso le impressioni del corpo rimastegli come memoria e che gli si erano più incisivamente scolpite nel corpo astrale.

• Era come se l’entità del Cristo si dicesse: questo è il corpo che vide fuggire Arimane e Lucifero,

che sentì come gli esseni spingessero verso gli altri uomini Lucifero e Arimane.

Il Cristo si sentì attirato verso Lucifero e Arimane perché si diceva:

sono gli esseri spirituali con i quali gli uomini terreni han da combattere.

• Così l’entità del Cristo, che per la prima volta dimorava in un corpo umano terreno,

si sentì spinta a lottare contro Lucifero e Arimane nella solitudine del deserto.

 

Credo che la scena della tentazione che sto per raccontare sia in massima esatta, ma è difficilissimo leggere tali cose nella cronaca dell’akasha; perciò faccio esplicitamente notare che qualche particolare potrebbe venir di poco modificato da un’ulteriore ricerca occulta. Ma l’essenziale mi è presente ed è quello che devo raccontare. La scena della tentazione è riportata da diversi Vangeli, ed essi la raccontano in diverse prospettive. L’ho già spesso fatto rilevare. Mi sono adoperato di vedere la scena della tentazione come essa fu in realtà e come tale la voglio raccontare.

Il primo incontro nella solitudine dell’entità del Cristo nel corpo di Gesù di Nazareth fu con Lucifero che domina e agisce quando si avvicina tentando gli uomini che, per difetto di autocoscienza e di umiltà, sopravvalutano se stessi.

 

Lucifero tenta sempre di accostarsi all’alterigia, all’orgoglio e alla mania di grandezza dell’uomo.

Ora Lucifero si presentò al Cristo Gesù e gli disse all’incirca le parole che riferiscono pure gli altri Vangeli:

• « Guardami! Gli altri regni in cui l’uomo è posto, che furono fondati da altri spiriti, sono vecchi. Io voglio fondare un nuovo regno; io mi sono staccato dall’ordinamento dell’universo; io ti voglio dare tutta la bellezza e la magnificenza degli altri vecchi regni, se tu entri nel mio regno. Ma ti devi separare dagli altri dèi e riconoscere me! ».

E Lucifero descrisse tutta la bellezza e la magnificenza del mondo luciferico, tutto quello che dovrebbe parlare all’anima umana, quand’essa possieda anche solo un po’ di orgoglio.

 

Ma l’entità del Cristo veniva appunto dai mondi spirituali, sapeva chi è Lucifero, e quale comportamento deve tenere verso gli dèi l’anima che in Terra non voglia esser sedotta da Lucifero.

L’entità del Cristo certo nulla sapeva della seduzione di Lucifero nel mondo da cui essa veniva, ma sapeva come si servono gli dèi, ed era quindi abbastanza forte da respingere Lucifero.

 

Allora Lucifero mosse un secondo attacco per il quale fece venir in aiuto Arimane, ed entrambi parlarono al Cristo: Lucifero voleva eccitare il suo orgoglio, Arimane voleva parlare alla sua paura. Perciò avvenne che l’uno gli disse:

• « Grazie alla mia spiritualità, grazie a ciò che ti posso conferire, se tu mi riconosci, non avrai bisogno di quanto ti occorre ora che come Cristo sei entrato in un corpo umano. Il corpo fisico ti sottomette, devi sottostare in esso alla forza di gravità, ti impedisce di superare la forza di gravità, ma io ti innalzerò al di sopra di essa. Se tu riconosci me, io annullerò le conseguenze della caduta e non ti accadrà nulla. Buttati dal pinnacolo del Tempio! Sta ben scritto: “Io comanderò agli Angeli che ti preservino dall’urtare col tuo piede in un sasso” ».

Arimane che voleva agire sulla sua paura, disse: • « Io ti preserverò dalla paura! Buttati! ».

Entrambi gli facevano violenza, ma poiché entrambi si precipitavano su di lui e nella loro pressione si controbilanciavano, egli potè salvarsi da loro, e trovò la forza che l’uomo deve trovare in Terra per superare Lucifero e Arimane.

Allora disse Arimane: Lucifero, non posso valermi di te, mi sei d’ostacolo, non hai aumentato le mie forze, le hai anzi diminuite; cercherò di tentarlo da solo. Tu hai impedito che quest’anima cada in nostro potere. Così Arimane mandò via Lucifero e sferrò da solo l’ultimo attacco, dicendo le parole di cui troviamo l’eco nel vangelo di Matteo:

• « Tu che ti vanti di avere forze divine, trasforma il minerale in pane (o come è riportato nel Vangelo)

fa che le pietre divengan pane! »

Allora l’entità del Cristo disse ad Arimane:

• « Gli uomini non vivono di solo pane, ma dello spirito che viene dai mondi superiori ».

Ben lo sapeva l’entità del Cristo che era appena discesa da quei mondi.

A questo ribattè Arimane:

• « Puoi anche aver ragione, ma per quanto tu l’abbia, ciò non mi può impedire che io ti fronteggi in un certo modo. Tu sai solo quello che fa lo spirito che scende dalle altezze, ma non fosti mai finora nel mondo umano; quaggiù vi sono anche tutt’altri uomini che hanno veramente bisogno di trasformare pietre in pane, perché non possono nutrirsi di solo spirito».

 

Fu questo il momento in cui Arimane disse al Cristo qualcosa che si poteva ben sapere sulla Terra, che però il Dio che era appena disceso sulla Terra per la prima volta, non poteva ancora sapere; non sapeva che qui sulla Terra è necessario trasformare il minerale, cioè il metallo, in denaro, affinché gli uomini possano avere pane.

Disse Arimane che i poveri uomini qui sulla Terra sono costretti a nutrirsi con il denaro.

 

Questo era il punto in cui Arimane aveva ancora potere, e di questo potere, disse Arimane, io mi varrò!

Ecco la reale descrizione della storia della tentazione. Era dunque rimasto un residuo insoluto. I quesiti non erano stati definitivamente risolti: lo erano stati quelli di Lucifero, ma non quelli di Arimane. Per risolverli occorreva dell’altro.

 

Quando il Cristo Gesù non fu più in solitudine, si sentì innalzato al di sopra

delle esperienze che aveva vissuto e imparato dal suo dodicesimo anno in poi;

egli sentiva che lo spirito del Cristo era collegato con quanto era vissuto in lui prima dei dodici anni.

Non si sentiva in sostanza più legato con quanto era divenuto vecchio e arido nel divenire umano.

Persino la lingua che si parlava attorno a lui gli era diventata indifferente, tanto che all’inizio egli mantenne il silenzio.

Si aggirava attorno a Nazareth e anche più lontano, sempre più lontano.

Visitava molti dei luoghi in cui era già stato come Gesù di Nazareth, e allora si verificò qualcosa di assai strano.

 

Prego di tener presente che io narro la storia del Quinto Vangelo e non servirebbe a nulla che qualcuno volesse cercare contraddizioni tra questo Vangelo e gli altri quattro. Io racconto le cose come stanno nel Quinto Vangelo.

 

Sulle prime il Cristo Gesù mantenne il silenzio,

come se non avesse niente in comune con chi aveva attorno,

andando da un ostello all’altro, lavorando con la gente e presso la gente.

Una profonda impressione aveva lasciato in lui

quanto aveva sperimentato a seguito delle frasi di Arimane sul pane.

Incontrava dappertutto le persone che lo avevano conosciuto, presso le quali aveva già lavorato prima.

 

Esse lo riconoscevano, ed egli trovava in mezzo a loro proprio quelli presso i quali Arimane doveva trovare accesso, perché avevano bisogno di trasformare le pietre, ossia il minerale, in pane o, ciò che è lo stesso, convertire il metallo, il denaro, in pane.

Egli non aveva bisogno di avere accesso presso coloro che seguivano gli ammaestramenti morali di un Hillel o di altri, ma presso coloro che gli altri Vangeli chiamano i pubblicani e i peccatori, perché erano quelli che erano costretti a fare delle pietre pane.

Era quindi questi che il Cristo Gesù frequentava di più.

 

Ma ora avvenne appunto qualcosa di strano: molte di quelle persone lo conoscevano dal tempo precedente i suoi trent’anni, poiché era stato presso di loro più di una volta come Gesù di Nazareth. Allora essi avevano conosciuto la sua indole mite, amabile e saggia. Infatti la sofferenza, il profondo dolore che egli aveva patito dopo i suoi dodici anni si erano infine trasformati in lui nella magia dell’amore che si effondeva in tutte le sue parole, come se in esse dominasse una forza misteriosa che si riversava sugli astanti. Ovunque egli andava, in ogni casa, in ogni ostello, era stato molto profondamente amato, e quell’amore rimaneva anche quando aveva di nuovo lasciato quelle case e aveva proseguito il suo cammino.

 

In quelle case si parlava molto di quella cara persona, di Gesù di Nazareth che aveva frequentato quelle case, quei luoghi. Ora come per influsso di una regola cosmica (racconto qui scene che si ripeterono numerose volte e che la ricerca chiaroveggente mostra assai spesso), avveniva che nelle famiglie pressò le quali Gesù di Nazareth aveva lavorato, quando si riunivano dopo il lavoro a parlare dopo il tramonto, era come se egli fosse ancora presente. Allora discorrevano del caro Gesù di Nazareth che era stato presso di loro, parlavano molto del suo amore e della sua mitezza, parlavano delle sensazioni di calore che avevano sentito nelle loro anime, quando quell’uomo aveva soggiornato sotto il loro tetto. Avveniva allora, come conseguenza dell’amore che era fluito in quelle case, che quando avevano parlato a lungo di quell’ospite, l’immagine di Gesù di Nazareth, per una forma di visione collettiva di tutta la famiglia, entrasse nella stanza della riunione. Egli li visitava in spirito, o forse essi creavano in loro la sua figura spirituale.

 

Si può ora immaginare l’effetto che produsse il suo ritorno, dopo il battesimo nel Giordano, nelle famiglie nelle quali era già apparso nella visione collettiva quando, riconoscendolo nella sua apparenza esteriore, si avvidero che il suo sguardo si era fatto più luminoso. Videro trasfigurato quel volto che li aveva un tempo guardati con tanto amore, l’uomo che avevano visto in spirito sedere tra di loro. Ci possiamo ben immaginare che cosa di straordinario si produsse presso quelle famiglie, presso i pubblicani e i peccatori che per il loro karma erano circondati e tormentati da tutti gli esseri demoniaci di quel tempo, che erano perciò infermi, oppressi ed ossessi; possiamo ben immaginare come tutti costoro abbiano vissuto quel ritorno!

 

Ora si manifestava la trasformazione avvenuta in Gesù, si manifestò specialmente a loro chi egli fosse divenuto in conseguenza della discesa del Cristo in lui. Prima avevano sperimentato solo la sua amorevolezza, la sua bontà e la sua dolcezza, tanto che avevano poi avuto la visione di lui, ma ora moveva da lui una specie di forza magica! Mentre prima si erano sentiti solo consolati dalla sua presenza, si sentivano ora guariti da lui. E andavano dai loro vicini, che fossero del pari oppressi e tormentati da potenze demoniache, e li portavano a lui. Accadde così che il Cristo Gesù, dopo aver vinto Lucifero e aver ritenuto di Arimane solo un aculeo, presso gli uomini che si trovavano in potere di Arimane potè compiere le opere che sono sempre descritte nella Bibbia come la cacciata dei dèmoni e la guarigione degli infermi. Molti dei dèmoni che egli aveva scorto quando giaceva come morto sull’altare dei sacrifici pagani, fuggivano ora dalla gente quando da Cristo Gesù si presentava loro. Così come Lucifero e Arimane avevano visto in lui il loro avversario, tale lo consideravano anche dèmoni.

 

Nell’attraversare il paese dal comportamento dei dèmoni nelle anime della gente egli doveva assai spesso pensare alle esperienze sue di quella volta, quando giaceva presso il vecchio altare sacrificale, dove incombevano i dèmoni al posto degli dèi e dove egli non aveva potuto celebrare il culto. Doveva ripensare al Bath-Kol che gli aveva annunciato l’antica preghiera dei misteri di cui ho parlato. In particolare continuava a tornargli in mente il verso centrale di quella preghiera: « Vissuta nel pane quotidiano ». Adesso vedeva che gli uomini, presso i quali era capitato, erano costretti a far di pietre pane. Egli vedeva che tra coloro presso i quali era vissuto, ve ne erano molti che dovevano vivere di solo pane. La frase di quell’antichissima preghiera pagana: « Vissuta nel pane quotidiano », si immergeva profondamente nella sua anima. Egli sentiva tutta l’incorporazione dell’uomo nel mondo fisico; sentiva che nell’evoluzione dell’umanità, a causa di quella necessità, si era giunti al punto che, a seguito dell’incorporazione nel fisico, gli uomini poterono obliare i nomi dei Padri nei cieli, i nomi degli spiriti delle gerarchie superiori. Sentiva che ora non vi erano più uomini che potessero udire le voci degli antichi profeti e il messaggio della saggezza di Zarathustra. Egli seppe ora che la vita nel pane quotidiano aveva separato gli uomini dai cieli, e che proprio tale vita deve spingere gli uomini nell’egoismo e portarli ad Arimane.

 

Mentre, assorto in tali pensieri, peregrinava per il paese, avvenne che coloro, che avevano sentito più profondamente la trasformazione che si era operata in Gesù di Nazareth, diventassero suoi discepoli e lo seguissero. Da diversi luoghi egli prese con sé alcuni che lo seguivano perché avevano avuto di più la sensazione che ho descritta. Così avvenne che ben presto si formasse una schiera di tali discepoli. In questi aveva con sé uomini che si trovavano in uno stato d’animo fondamentale del tutto nuovo, che grazie a lui erano diventati diversi da quelli dei quali aveva dovuto riferire a sua madre che non sarebbero stati più capaci di ascoltare le antiche tradizioni.

Ora si illuminò in lui l’esperienza terrena di Dio: • « Devo dire agli uomini non come gli dèi spianarono la via di discesa dallo spirito verso la Terra, ma come gli uomini possono ritrovare la via di ascesa dalla Terra allo spirito ».

 

Allora gli sovvenne della voce del Bath-Kol, e si rese conto che le antichissime formule e le preghiere dovevano venir rinnovate; seppe che ora l’uomo doveva cercare la via dal basso in alto verso i mondi spirituali, che poteva cercare con quella preghiera lo spirito divino.

 

• Prese allora l’ultima riga dell’antica preghiera: « O Voi, Padri nei cieli »

e la capovolse, perché così risultasse adatta per l’uomo del tempo nuovo,

e perché egli aveva da riferirsi non alle molte entità spirituali delle gerarchie,

ma a quell’uno essere spirituale, disse: « Padre nostro che sei nei cieli ».

 

• La seconda riga che aveva udita come penultima dei misteri e che diceva: « e obliò il vostro nome »

la capovolse nel modo in cui doveva risuonare per gli uomini del tempo nuovo: « sia santificato il tuo nome ».

 

• Come gli uomini che devono risalire dal basso devono sentire se stessi, se vogliono avvicinarsi alla divinità,

così trasformò la terzultima riga che suonava: « da quando l’uomo si separò dal vostro regno »

in: « avvenga il tuo regno ».

 

•  Capovolse la riga precedente dell’antica preghiera: « in cui non domina la volontà del cielo »

nel solo modo in cui gli uomini adesso potessero udirla,

poiché nessuno poteva più udirla nell’antica disposizione delle parole.

Doveva avvenire una totale inversione della via verso i mondi spirituali, e perciò la capovolse in:

« sia fatta la tua volontà cosi in cielo come in Terra ».

 

• L’enigma del pane, « vissuta nel pane quotidiano », dell’incorporazione nel fisico,

l’enigma di tutto quanto, attraverso l’aculeo di Arimane, gli era pienamente apparso,

lo trasformò in modo che l’uomo potesse sentire che anche il mondo fisico proviene dal mondo spirituale,

anche se l’uomo non ne ha una diretta conoscenza.

Così cambiò la riga del pane quotidiano in una preghiera: « dacci oggi il nostro pane quotidiano ».

 

• Capovolse poi le parole: « per colpa altrui d’egoismo »

nella frase: « rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori ».

 

• Cambiò la riga che era la seconda nell’antica preghiera dei misteri: « testimoni d’egoità che si libera »

in: « ma liberaci »

 

• e con la prima riga: « Dominano i mali » concluse: « dal male. Amen ».

 

Così il Padrenostro conosciuto dal cristianesimo derivò dall’inversione di quello che Gesù aveva un tempo udito

dalla voce trasformata del Bath-Kol, durante la sua caduta presso l’altare pagano,

inversione che divenne quella che il Cristo Gesù insegnò come preghiera dei nuovi misteri, il nuovo Padrenostro.

 

In maniera simile (e in merito ci sarà ancora molto da dire) si formarono anche

il messaggio del Sermone della montagna e altre cose che il Cristo Gesù insegnò ai suoi discepoli.

Il Cristo Gesù agiva proprio sui suoi apostoli in maniera singolare.

Prego ancora di tener ben presente, quando racconto queste cose,

che io racconto semplicemente quanto si legge nel Quinto Vangelo.

 

• Quando dunque il Cristo Gesù percorreva le vie del paese, il suo influsso su chi gli stava attorno era molto singolare:

egli era invero con gli Apostoli, era con i discepoli,

ma come entità del Cristo era come se non fosse semplicemente nel suo corpo.

• Mentre si muoveva per il paese con gli Apostoli,

l’uno o l’altro sentiva talvolta come se il Cristo fosse in lui, nella sua anima, anche quando gli camminava accanto.

• Il discepolo sentiva come se l’entità del Cristo fosse nella sua anima

e cominciava a pronunciare parole che solo il Cristo Gesù stesso poteva dire.

• Tutta la schiera si muoveva e incontrava gente alla quale veniva rivolta la parola,

ma chi parlava non era sempre il Cristo Gesù stesso:

parlava anche qualcuno degli Apostoli, perché egli aveva tutto in comune con gli Apostoli, anche la sua saggezza.

 

Devo confessare di esser rimasto molto stupito, quando mi accorsi che ad esempio il dialogo con il sadduceo, di cui riferisce il vangelo di Marco, non fu affatto pronunciato dal Cristo nel corpo di Gesù, ma da quello di uno degli apostoli; naturalmente era il Cristo che parlava.

 

• Inoltre avveniva spesso che, quando il Cristo Gesù li abbandonava, qualche volta si separava da loro,

egli era tuttavia tra di loro.

• Egli camminava spiritualmente con loro, per quanto distante fosse,

oppure era con loro anche solo col suo corpo eterico.

• Il suo corpo eterico si muoveva con loro per il paese,

e spesso non si poteva distinguere se per così dire fosse con loro il corpo fìsico,

o se fosse solo presente l’immagine del corpo eterico.

 

• Queste erano le relazioni con i discepoli e con alcuni del popolo,

dopo che Gesù di Nazareth era divenuto il Cristo Gesù.

• Comunque egli stesso sperimentò ciò cui già accennai: mentre nei primi tempi

l’entità del Cristo era relativamente indipendente dal corpo di Gesù di Nazareth,

dovette più tardi diventare sempre più simile ad esso.

 

• Quanto più procedeva nella vita, tanto più si legava al corpo di Gesù di Nazareth

cosicché nell’ultimo anno un profondo dolore derivava in lui

dall’essere legato al corpo inoltre sempre più infermo di Gesù di Nazareth.

• Però sempre ancora avveniva che il Cristo, che ora era sempre accompagnato da molti seguaci,

fuoruscisse di nuovo dal suo corpo.

 

Qua o là si parlava, ora parlava uno, ora un altro degli Apostoli, e si poteva credere che chi parlava fosse il Cristo Gesù, oppure che non lo fosse: il Cristo parlava attraverso tutti loro, fin quando si muovevano in intima comunanza con lui.

Si può anche ascoltare una conversazione svoltasi tra farisei e scribi i quali si dicevano: per intimidire il popolo, se ne potrebbe prendere uno qualunque del gruppo e ucciderlo; ma potrebbe essere quello sbagliato, perché parlano tutti alla stessa maniera e ciò non ci servirebbe, perché magari il vero Cristo Gesù sarebbe scampato, ed è lui che dobbiamo avere in mano! Solo gli Apostoli, quelli che gli erano più vicini, potevano distinguerlo dagli altri, ma non avrebbero certo detto ai nemici quale fosse quello giusto.

 

Ma ora Arimane era divenuto abbastanza forte in merito alla questione in sospeso, quella che il Cristo non poteva risolvere nei mondi spirituali, ma solo in Terra. Egli doveva sperimentare, attraverso la più grave delle azioni, che cosa vuol dire fare di pietre pane, o ciò che è Io stesso, trasformare il denaro in pane, e allo scopo Arimane si valse di Giuda Iscariota.

Alla stregua di come il Cristo operava, non ci sarebbe stato alcun mezzo spirituale per arrivare a distinguere quale era il Cristo tra la schiera degli Apostoli che lo veneravano, perché là dove agiva lo spirito, là dove operava anche un ultimo resto di convinzione, non si sarebbe potuto prendere il Cristo. Lo si poteva individuare solo con l’aiuto di chi si valeva del mezzo ignoto al Cristo, il quale venne a conoscerlo solo attraverso la più abbietta delle azioni terrene, là dove operò Giuda. Con nessun altro mezzo si sarebbe potuto riconoscerlo, se non trovando una persona disposta a mettersi al servizio di Arimane, che giungesse cioè a tradire per il solo denaro.

 

Il Cristo era collegato con Giuda per quanto era avvenuto con la storia della tentazione, qualcosa che è comprensibile solo riferito ad un Dio, che cioè il Cristo, appena disceso in Terra, non sapeva che solo per il cielo è giusto che non occorrano pietre per il pane. E poiché Arimane si era riservato quella questione insoluta come aculeo, potè avvenire il tradimento. Inoltre il Cristo doveva cadere in potestà del signore della morte, in quanto Arimane è appunto il signore della morte. Ecco dunque il nesso tra la storia della tentazione e il mistero del Golgota, con il tradimento di Giuda.

 

Vi sarebbe assai di più da dire del Quinto Vangelo di quanto è stato detto, ma nel corso dell’evoluzione dell’umanità verranno certo in luce anche le altre parti. Mediante alcuni racconti singoli ho cercato di dare un’idea appunto del Quinto Vangelo, soprattutto del come è composto.

Giunto alla fine di queste conferenze, torna a presentarsi alla mia mente quello che dissi a conclusione della prima conferenza, che cioè è un’esigenza del nostro tempo parlare già oggi del Quinto Vangelo; vorrei però raccomandare in modo particolare al cuore degli ascoltatori, di trattare con animo pio le comunicazioni che fu concesso fare sul Quinto Vangelo.

 

È noto che abbiamo oggi già abbastanza nemici, e il loro modo di procedere è assai singolare. Non ne vorrei parlare, forse se ne sa qualcosa dal Notiziario per i soci. È noto anche lo strano fatto che da parecchio tempo ci sono persone che dicono che l’insegnamento da me divulgato sia infetto di ogni genere di gretto cristianesimo, perfino di gesuitismo. In particolare sono certi aderenti alla cosiddetta teosofia di Adyar a proclamare tale gesuitismo e a diffondere in proposito notizie astiose e contro coscienza. A questo si aggiunga quanto parte da una fonte in cui si è molto infierito contro la pretesa grettezza, tortuosità e condannabilità delle nostre idee, inauditamente falsate.

 

Un uomo venuto dall’America seguì il nostro insegnamento durante una permanenza da noi di molte settimane e mesi, lo trascrisse e lo esportò poi in forma annacquata in America, dove pubblicò una teosofia rosicruciana, derivata da noi. Egli dice di aver imparato molto da noi, ma che poi fu chiamato dai maestri, dai quali avrebbe appreso assai di più; nascondendo di aver imparato da noi gli aspetti più profondi appresi dalle nostre conferenze allora ancora inedite.

 

Di fronte al fatto che in America avvengano simili cose, potremmo anche rimanere calmi, come faceva Hillel, anche se dall’America ciò si ripercuotesse in Europa. Proprio da chi è più contro di noi venne poi fatta una traduzione di quanto era stato scritto in America, accompagnata da una prefazione che affermava esserci anche in Europa una concezione del mondo rosicruciana, ma in forma gretta e gesuitica, e che solo nell’aria pura della California essa aveva potuto prosperare. E qui mi fermo. Questi sono i metodi dei nostri avversari. Possiamo considerare tali cose non solo con mitezza, ma perfino con compassione, non possiamo però chiudere gli occhi di fronte ad esse. Quando avvengono cose simili dovrebbero essere più prudenti anche quelli che anni addietro furono indulgenti con chi agiva in maniera tanto scorretta.

 

Forse un giorno tutti apriranno gli occhi. Non vorrei davvero parlare di queste cose, se non fosse necessario farlo per servire la verità; perciò si deve vedere tutto con molta chiarezza.

Se da un lato queste cose vengono diffuse da altri, questo non ci evita che d’altro lato siano a guidare la lotta coloro ai quali tali cose onestamente non piacciono (perché ci sono anche tali persone). Non voglio importunare con le cose stolte che scrivono questi due avversari: non vale la pena di tener conto di quanto ora si pubblica in Germania da parte di Freimark, Schalk, Maack e altri, perché è di basso livello. Ma vi è gente che non può sopportare cose del genere del Quinto Vangelo, e forse non vi fu odio tanto onesto quanto quello contenuto nelle critiche emerse quando è venuto a pubblica conoscenza qualcosa del mistero dei due bambini Gesù, che fa appunto parte del Quinto Vangelo.

 

I veri antroposofi tratteranno correttamente questo Quinto Vangelo che è stato esposto in piena buona fede. Lo si ascolti, se ne parli nei Gruppi, ma si dica alla gente come va trattato. Si faccia in modo che non venga gettato impietosamente in mano di chi potrebbe forse farsene beffe.

Con queste cose, derivate dalla ricerca chiaroveggente, ora tanto necessaria al nostro tempo, siamo appunto di fronte a questo nostro tempo e anzitutto di fronte alla cultura in esso predominante. Abbiamo cercato di farle prendere a cuore.

 

Chi era presente alla posa della prima pietra del nostro edificio di Dornach, sa che abbiamo tentato di richiamare dinanzi alle nostre anime quanto sia necessario attenersi fedelmente alla verità, nell’enunciare gli insegnamenti spirituali. Abbiamo richiamato dinanzi alle nostre anime quanto la cultura del nostro tempo sia distante dalla ricerca della verità. Si può dire che il nostro tempo richieda a gran voce lo spirito, ma che gli uomini sono troppo presuntuosi oppure troppo limitati per voler sapere qualcosa del vero spirito. Deve perciò anzitutto venir educato quel grado di veracità necessario a intendere il messaggio dello spirito, perché nell’attuale educazione spirituale non esiste tale grado di veracità e, quel che è peggio, non se ne nota l’assenza. Si abbia quindi cura che quel che è stato dato col Quinto Vangelo venga coltivato nei Gruppi con grande rispetto. Non lo chiediamo per egoismo, ma per tutt’altra ragione, perché lo spirito di verità deve vivere in noi, e lo spirito deve esserci presente nella verità.

 

Oggi la gente parla di spirito, ma anche quando lo fa, non ne ha il minimo sentore. Vi è per esempio un signore (e perché non dovremmo farne il nome?) che è giunto a grande notorietà appunto perché parla sempre di spirito: Rudolf Eucken. Egli parla sempre di spirito, ma leggendo i suoi libri (si provi a farlo) si trova sempre ripetuto: lo spirito esiste, lo si deve sperimentare, bisogna conviverci, lo si deve sentire, e così via.

Nei suoi libri corrono frasi interminabili nelle quali egli continua a scrivere: spirito, spirito, spirito! Oggi si chiacchiera così di spirito perché si è troppo presuntuosi o troppo indolenti per risalire alle sorgenti dello spirito stesso. Eppure uomini del genere godono di grande rinomanza. Tuttavia sarà difficile oggi farsi strada con quanto è concretamente attinto dallo spirito, come si dovette fare per descrivere il Quinto Vangelo. Allo scopo occorrono serietà e veracità interiore.

 

Uno degli ultimi libri di Eucken porta il titolo: Possiamo ancora essere cristiani? Le sue pagine non sono altro che singole parti attaccate luna all’altra come i segmenti del verme solitario; vi si legge di anima e spirito, di spirito e anima, e questo avviene in molti volumi, conferendo così all’autore rinomanza, fama e gloria, in quanto si dichiara alla gente di saper qualcosa dello spirito; infatti la gente non si accorge, leggendo, di quanta insincerità vi si celi, tanto che si vorrebbe sperare chè gli uomini imparassero finalmente a leggere.

In una pagina si legge dunque la frase: «L’umanità è oggi al di sopra della credulità nei dèmoni; non si può pretendere che l’uomo creda più ai dèmoni!». Ma in un altro punto del medesimo libro si legge la frase singolare: «Il contatto dell’elemento divino con l’elemento umano genera potenze demoniache».

In questo secondo caso, l’autore parla dunque seriamente di dèmoni, dopo averne parlato in senso contrario in altra parte del libro. Non denota questo un’intima e profonda insincerità? Sarebbe tempo che finalmente si respingano tali dottrine dello spirito, piene di interiore insincerità, ma per ora non mi consta che molti dei nostri contemporanei se ne siano accorti.

 

Così oggi siamo in opposizione al nostro tempo, se vogliamo porci al servizio della verità spirituale; è necessario ricordarlo per veder chiaro come dobbiamo atteggiarci nei nostri cuori, se vogliamo concorrere a portare il messaggio spirituale e a rappresentare la nuova vita spirituale, necessaria all’umanità. Ma quando si cerca di condurre, mediante la dottrina spirituale, l’anima umana all’entità del Cristo, come si può sperare di trovare consenso nella cultura attuale che oggi si accontenta di verità come quelle che raccontano tutti i filosofi e i teologi intelligenti, quando affermano che vi era già un cristianesimo prima di Cristo? Infatti essi dimostrano che il culto e certi racconti tipici del cristianesimo furono ritrovati già prima in oriente. Gli intelligenti teologi ci spiegano, e lo raccontano a chi li vuol ascoltare, che il cristianesimo non sarebbe altro che la continuazione di quanto vi era già prima. Tale letteratura gode di una grande, di un’enorme considerazione presso i nostri contemporanei, e la gente non si accorge di come le cose siano in relazione tra loro.

 

Se si parla dell’entità del Cristo, discesa nella sua spiritualità, e la si ritrova poi venerata nelle stesse forme di culto nelle quali erano già stati prima venerati gli dèi pagani, e se ciò deve servire a negare l’entità stessa del Cristo come oggi già avviene, abbiamo una logica paragonabile a quella del seguente esempio: supponiamo che un tizio passi per una locanda e vi dimentichi i suoi abiti; a tutti è noto che quelli sono proprio i suoi abiti.

 

Nella stessa locanda passa più tardi una persona di grande notorietà, come potrebbe essere Schiller o Goethe, ed essa è costretta per una circostanza qualunque a indossare quegli abiti e a uscire quindi rivestita con degli abiti che appartengono a quell’altra persona. Un passante che incontra Goethe così rivestito potrebbe dire: che cosa si va raccontando in giro che questa sia una personalità speciale? Io so con sicurezza che quei vestiti appartengono a un tizio che non è affatto una personalità speciale. Poiché l’entità del Cristo ha in un certo modo utilizzato le forme di culti antichi, si fanno avanti gli intelligentoni e non si accorgono che l’entità del Cristo ha solo indossato una veste esteriore e che quello che ora è contenuto in quegli antichi culti è l’entità del Cristo.

 

Si prendano ora intere biblioteche, si prenda la sommatoria delle considerazioni scientifiche monistiche di oggi: sono dimostrazioni della veste dell’entità del Cristo, e magari sono perfino vere! Oggi è assai stimato chi ficca il naso nell’evoluzione della civiltà, e la sua scienza vien presa per profonda saggezza.

Dobbiamo tener sempre presente questa immagine, se vogliamo accogliere, non solo con l’intelletto, ma anche col sentimento, quel che si intende con questo Quinto Vangelo: che con la nostra verità dobbiamo sentirci inseriti nel modo giusto nel nostro tempo, al fine di capire che è impossibile render comprensibile alla maniera antica il nuovo messaggio che deve venire.

 

Sia lecito dunque pronunciare un detto evangelico, ora che dobbiamo congedarci vicendevolmente: con la mentalità che domina oggi nell’umanità, non si può progredire nel futuro sviluppo spirituale. Ecco perché dobbiamo cambiare mente, dirigendola in un senso diverso. Gli amanti del compromesso, che non vogliono farsi un quadro chiaro di che cosa vi è e di che cosa deve venire, non saranno buoni seguaci della dottrina spirituale e buoni esecutori del servizio spirituale necessario all’umanità.

 

Avevo un obbligo verso il Quinto Vangelo che mi è sacro,

e mi accomiato ora dai cuori e dalle anime degli ascoltatori

con l’augurio che il vincolo che già ci univa in molteplici modi, si sia consolidato

grazie a questa ricerca spirituale sul Quinto Vangelo che mi è particolarmente caro.

 

Ciò può forse liberare nei nostri cuori e nelle nostre anime una sensazione di calore: anche se siamo separati fisicamente nello spazio e nel tempo, vogliamo tuttavia restare uniti, per sentire insieme quello che dobbiamo elaborare nelle nostre anime e quello che è sollecitato dai doveri che lo spirito impone nel nostro tempo alle anime umane.

 

È sperabile che le nostre aspirazioni potranno proseguire rettamente attraverso il lavoro di ogni singola anima. Credo che questo augurio sia il miglior saluto di commiato, ed è quello che vorrei porgere al termine di questo ciclo di conferenze.

 

 

By | 2018-08-08T18:30:39+02:00 Agosto 8th, 2018|IL QUINTO VANGELO|Commenti disabilitati su V – LO STATO D’ANIMO DI GESÙ POCO PRIMA DEL BATTESIMO